Nel 2009 Scrivere di cinema - Premio Alberto Farassino va on line alla pagina http://scriveredicinema.mymovies.it. MYmovies diventa parte della squadra del concorso. Tutta la storia del concorso, prima del passaggio alla rete, con le recensioni vincitrici delle passate edizioni è stata pubblicata nel libro Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino. 53 esordi critici (Lampi di stampa, 2009).
In questa sezione vengono pubblicate le recensioni vincitrici nell'edizione 2009.
Primo classificato sezione Under 28
Ilaria Feole sul film Lasciami entrare
Un vampiro deve sempre essere invitato per poter entrare in casa altrui: è la tradizione arcaica, ricorrente nella letteratura vampiresca, cui si rifà il titolo dello splendido film di Thomas Alfredson (in realtà il titolo svedese è anche la traduzione di "let the right one in" - il verso di una canzone dell'ex leader degli Smiths Morrissey). È una regola che non si può violare, come tutte quelle che vigono nella letteratura dell'orrore; una soglia invalicabile come quella che delimita lo stesso genere horror. È con passo sicuro e lieve ad un tempo, attutito dalla neve che ammanta tutto il film, che il regista Alfredson scavalca questo limite senza chiedere permesso, e sconfina dal territorio dell'orrore per raccontare una storia d'amore e violenza.
Protagonisti due dodicenni; lui esile e vessato dai bulli a scuola, lei molto più forte di quanto lasci vedere, a causa della sua natura che la obbliga a nutrirsi di sangue umano. Oskar vive solo con la madre divorziata, Eli si trasferisce nell'appartamento vicino insieme al suo devoto tutore, il cui compito è trovarle sangue fresco sgravandola dall'obbligo di aggredire gli uomini. L'omonimo romanzo del 2004 da cui è tratto il film è stato definito dall'autore una "autobiografia fantasy", ed è proprio in questa inedita e inquietante commistione tra il racconto intimista di un'adolescenza nella periferia operaia della Svezia anni '80 e il più classico genere vampiresco che si colloca la qualità rara e preziosa di un film come Lasciami entrare. Non provoca (solo) brividi di paura, ma piuttosto quella struggente sensazione di disperazione mista a tenerezza che si prova grazie a chi sa raccontare i turbamenti della preadolescenza col cinema di genere. E una storia di vampiri è quanto di più azzeccato per affrontare questa tematica: perché parla di mutazioni incontrollabili, di desideri oscuri che non possono essere compresi ma neanche trattenuti, della paura legata alla presa di coscienza di chi realmente si è. I corpi sgraziati e goffi di Eli e Oskar contengono entrambi segreti e desideri che li sgomentano; il fatto che il segreto di Eli sia assai più spaventoso e ultraterreno non ha, all'interno del loro dolcissimo e straziante rapporto, la minima importanza. L'amore acerbo tra i due ragazzini è restituito con una freschezza e una delicatezza lancinanti, con tutti i dubbi, i dolori e le gioie di un sentimento vissuto a 12 anni. Il loro corpo sfugge all'infanzia e si avvicina loro malgrado al territorio della violenza, esercitata (per amore, per fame, per istinto) da Eli, e infine anche da Oskar, che reagisce ai suoi persecutori. Il regista mastica horror, e si vede; con pochi effetti speciali e un sapiente uso delle inquadrature riesce a permeare il suo film di una tensione costante, senza mai sfociare in "spaventi" preconfezionati per far saltare sulla poltrona. Alfredson ha il tocco magico del grande narratore, perché riesce a farci credere in cose che non vediamo affatto, semplicemente stimolando la nostra fantasia con fugaci effetti sonori e padronanza del montaggio: sappiamo che Eli vola e che i suoi canini si trasformano, ma non lo vediamo mai; il sangue si vede, ma gli omicidi sono relegati in campo lunghissimo, o addirittura fuori campo, come nella feroce scena finale. E ciò che più fa male è lasciato fuori anche dalla sceneggiatura, affidato alla libera immaginazione dello spettatore, che può scrivere da sé il destino del piccolo Oskar, stretto in un legame di amore e sangue con una bambina eterna e letale.
Primo classificato sezione Triennio
Giulia Zeni sul film Control
"You've lost control" E sei catapultato dentro a un universo in bianco e nero, in cui le ombre hanno ognuna una sfumatura diversa, in cui è un'infinita scala di grigi a scandire i minuti e le ore, a illuminare i sorrisi o a sfuocare le lacrime, a dipingere i muri delle case e a dar tono ai palcoscenici. E basta poco a capire che l'assenza di colore non è una mancanza, ma un dono: è l'assenza che permette di non distrarsi in particolari esteriori, ma che fa guardare il non visibile, l'interiorità dei personaggi, le loro teste, i loro sentimenti - la forma che hanno. I suoni sono veri suoni, la musica è quella degli anni Settanta (che se anche non hai conosciuto vivendola, impari ad apprezzare in quei 119 minuti che sanno sconvolgere): messa a nudo è la vera storia dei Joy Division e del suo cantante, il ventitreenne Ian Curtis, che rivive e si reincarna con sorprendente somiglianza in Sam Riley. È un insieme di dettagli a rendere l'opera, (sì, senti di poterlo dire) perfetta; tra questi gioca da protagonista indubbio Anton Corbijn, fotografo che con la cinepresa ha appena iniziato (ma promette molto). Control è un film sulla vita, è una pellicola densa di significati che, con una delicatezza che non può passare inosservata, ridipinge un'esistenza tormentata in luce così tenue da spiazzare - e, allo stesso tempo, commuovere. La pioggia scroscia, cade fitta da un cielo arrabbiato, bagna sogni, affoga ricordi. E a terra, in cerchi concentrici, si adagia. Il più piccolo di questi è un ragazzo intrappolato nella rete della propria malattia, sopraffatto da chi da lui si aspetta tanto, forse troppo, da chi è cieco di fronte ai suoi tremori e insensibile ai suoi occhi lucidi e impauriti, intrappolato in una vita (scelta con troppa foga) rivelatasi sbagliata, con l'incertezza nel domani, la paura dell'oggi. I cerchi esterni sono grandi, molto grandi. E v'è come la consapevolezza, nel cuore di Ian, di non essere in grado di crescere assieme a loro per poi calmarsi, abbandonare le increspature sulla superficie e tornare calmo. E anche quando chiudersi in se stessi sembra essere l'unica via percorribile, il tempo passa, il resto va avanti, crudele. Un insieme indistinto e sfocato di sentimenti turbina nei pensieri di chi si ritrova immerso in quelle immagini grigie e veritiere; una serie di incidenti fanno presagire il peggio. L'ultimo attacco di epilessia: e il corpo giovane e tormentato di un uomo che sembra appena venuto al mondo è come una scatola di legno scaraventata dal mare sulla riva dopo una forte tempesta; al suo interno più niente, se non vuoto, buio e torpore. È un sapore amaro che non si vorrebbe sentire. E si fa strada la consapevolezza di come andrà a finire. Ed è a quel punto che preferisci che succeda in fretta, perché l'agonia è straziante, l'attesa annebbia e corrode. Quel che è peggio è che davanti a quegli occhi umidi, bagnati di compassione, intrappolata nella piatta bidimensionalità dello schermo, non c'è soltanto un'opera d'arte. Ian Curtis è stato vivo, reale, ha vissuto. Per soli ventitré anni, che hanno avuto un'intensità tale da sembrare troppi. Ha perso il controllo. E alla fine niente. Fumo. Nero.
(Giulia Zeni, Liceo Classico "Giacomo Leopardi", Pordenone)