Tommaso (Riccardo Scamarcio) è un ragazzo che nel corso degli anni ha dovuto nascondere alla sua famiglia gran parte di ciò che è, per poter vivere veramente e seguire i suoi sogni. Ma ora è arrivato il momento di confessare tutto. Tommaso torna a Lecce, la sua città natale, per rivelare ai suoi genitori che negli ultimi anni, a Roma, non ha studiato economia, bensì lettere e che quello che vuole di più dalla vita è poter diventare scrittore e vivere accanto all’uomo che ama. Le buone intenzioni ci sono, peccato che il destino complichi un po’ le cose e Tommaso si veda costretto a posticipare le sue dichiarazioni ed a prolungare la sua visita. Lo spettatore può essere ingannato solo nelle prime scene a credere che Mine Vaganti sia un film improntato sulle difficoltà che ancora oggi una persona omosessuale è costretta ad affrontare per essere accettata. In realtà Mine Vaganti usa come trampolino di lancio il tema dell’omosessualità, ma poi non si esaurisce in esso, va oltre per sfociare in un’analisi su quanto e come viene accettata la diversità. Quello che è considerato “diverso” cambia di cultura in cultura, di famiglia in famiglia. Ferzan Ozpetek, nello scrivere e dirigere il film, ce ne mostra diversi esempi. Diverso è Tommaso, che, nato in una famiglia proprietaria di un pastificio, sceglie degli studi “inconsistenti” quali quelli di lettere; diversa è la sua amica Alba (Nicole Grimaudo), unica donna in un ambiente professionale di soli uomini; diversa è la zia Luciana (Elena Sofia Ricci): eccentrica, fin troppo giovanile, nubile. Diversa è la nonna (Ilaria Occhini), che da giovane provò un amore che non poteva essere accettato dagli altri e il ricordo di questo sentimento la accompagna ogni giorno della sua vita. Diversi ovviamente sono tutti gli omosessuali, oltre Tommaso, che durante il film vengono presentati. La maggior parte di questi personaggi nasconde la propria natura, i propri sentimenti, le proprie passioni e si fingono persone diverse per poter meglio conformarsi al mondo in cui vivono, per evitare di deludere le aspettative degli altri. Ferzan Ozpetek, tramite le battute eleganti dei suoi interpreti, ci fa capire che una vita fatta di menzogne e segreti è sconsigliata non solo perché conduce a un’esistenza falsa ed inquieta, ma anche perché di giorno in giorno essa porta inevitabilmente a diventare delle mine vaganti. Una mina vagante scoppia all’improvviso e devasta ogni cosa, semplicemente comportandosi come mai prima. La persona più insospettabile si alza in piedi e dice: “Sono gay” davanti a una tavola di parenti ed estranei. Una ragazza elegante e scrupolosa danneggia di proposito l’automobile del suo ex in pieno giorno, senza il timore di poter essere vista. C’è chi decide che è arrivato il momento di morire e chi che è ora di iniziare a vivere. Chi scappa di casa e chi vi ritorna. Chi perdona, chi non dimentica. La grandiosa intelligenza di Mine Vaganti è il fatto di essere una pellicola che descrive il cambiamento, che fa un fermo immagine su dei punti di “non ritorno”, eppure di riuscire ad essere al contempo un film divertentissimo. Il regista è stato capace di un’impresa assai ardua: far convivere nello stesso film dramma e commedia, risate e lacrime. Il tema è pur sempre grave, ma lo stile utilizzato (percepibile in primis dalla colonna sonora) è frizzante, gioca sull’ironia dell’opposizione tra persone con opinioni opposte. Da badare bene, però, che spesso proprio le battute che fanno sorridere, sono le più amare, quelle su cui più c’è da riflettere.

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